IL SIGNIFICATO

Secondo l’art. 151 c.c. il giudice, se ne ricorrono le circostanze e se almeno una delle parti ne fa richiesta, pronunciando la separazione, dichiara a quale dei coniugi sia addebitabile, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri del matrimonio. Si tratta, in poche parole, di quella che un tempo veniva chiamata “separazione per colpa”.

Dalla disposizione succitata si evince, intanto, che la dichiarazione di addebito imputa il fallimento del matrimonio a quello dei coniugi che abbia violato i doveri che ne discendono e che sono elencati dall’art. 143 c.c., ossia il dovere di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di coabitazione, di collaborazione anche economica in proporzione alle rispettive sostanze e redditi, nonché – non per ultimi – i doveri riguardo ai figli (art. 147 c.c.).

LA CASISTICA

È importante però sottolineare che le violazione contestate ed eventualmente accertate debbono essere causa e non effetto della rottura.

Così, sull’infedeltà coniugale, la giurisprudenza è costante nel distinguere tra quella causa della crisi matrimoniale e quella conseguenza di quella stessa crisi. Soltanto la prima può costituire motivo di addebito, non certo la seconda. Di contro, è stato anche precisato che anche la mera relazione platonica e non consumata può dare luogo a pronuncia di addebito della separazione se condotta ed esibita con modalità tali da ledere la dignità, l’onore e il decoro dell’altro coniuge.

Quanto alla violazione dell’obbligo di coabitazione (il c.d. abbandono del “tetto coniugale”), se questa sia avvenuta per sottrarsi alla intollerabilità della convivenza non può costituire motivo di addebito. In casi diversi, l’abbandono dell’abitazione coniugale non solo può diventare motivo di addebito ma può costituire anche reato nei casi previsti dall’art. 570 del codice penale.

Analogamente per la violazione del dovere di assistenza morale e materiale. Il coniuge che non provveda a contribuire al mantenimento dell’altro e/o dei figli non solo può vedersi addebitata la separazione ma può anche commettere il delitto di violazione degli obblighi di assistenza famigliare.

LE CONSEGUENZE

Spetta al coniuge che lo chieda, dare la prova dei fatti costitutivi dell’addebito, prova che può essere data con ogni mezzo, sia diretto che documentale.

Il coniuge cui sia addebitata la separazione perde il diritto al mantenimento da parte dell’altro ma conserva quello agli alimenti, ossia il diritto di chi versa in stato di bisogno e non ha i mezzi per provvedere autonomamente a vedersi erogato l’indispensabile per vivere.

Inoltre, il coniuge separato con addebito è escluso dall’eredità dell’altro.

Le conseguenze, dunque, sono di carattere strettamente patrimoniale.

La diffamazione è un delitto contro l’onore previsto e punito dall’art. 595 c.p.

Diffamare qualcuno consiste nel riferire giudizi svalorizzanti su qualcuno, non importa a quante altre persone. Questo reato è commesso tutte le volte che si chiacchiera a sproposito su qualcuno, magari anche soltanto con lo scopo di fare del pettegolezzo più o meno salace, riferendo di fatti e comportamenti che la riguardino direttamente, reali o inventati di sana pianta.

Come è stato ben chiarito dalla giurisprudenza, non è importante che l’autore si prefigga l’obbiettivo di diffamare. Ciò che rileva è la consapevolezza di esprimere un giudizio lesivo dell’altrui reputazione ad altri.

Frequentemente, succede che queste condotte si realizzino sui social network. Qualcuno pubblica un post in cui parla male di qualcun altro, usando toni inappropriati verso un soggetto perfettamente riconoscibile (facendone spesso nome e cognome oppure pubblicandone la fotografia).

Simili comportamenti dal punto di vista penale non sono affatto neutri ma costituiscono il reato di diffamazione nella sua forma aggravata così come delineata dall’art. 595 (“In tema di diffamazione di cui all’art. 595 c.p., consistente nell’addebito offensivo, in assenza dell’offeso, comunicato a più persone, nella sua fattispecie aggravata di cui al comma 3, attesa la diffusione del post a mezzo facebook, quanto all’elemento soggettivo, il dolo del reato è generico e consiste nella consapevolezza di pronunciare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione, ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone (pertanto è necessario che l’autore della diffamazione comunichi con almeno due persone ovvero con una sola persona, ma con tali modalità, che detta notizia sicuramente venga a conoscenza di altri ed egli si rappresenti e voglia tale evento). In altri termini, non è necessario la sussistenza dell’animus diffamandi, ma è sufficiente da parte del soggetto attivo la rappresentazione e la volontà della comunicazione con più persone dell’addebito offensivo” Trib. Pescara. 07/01/2019, n. 4)

Per chi compie atti di diffamazione con un mezzo di pubblicità la pena è infatti aumentata e i social network sono il mezzo pubblico per eccellenza, stante la potenzialità di ogni post di raggiungere una platea potenzialmente indefinita di lettori.

Le conseguenze per il suo autore possono essere molto serie.

Vi è innanzitutto il profilo penale della vicenda ma anche quello civile. La vittima della diffamazione potrà costituirsi parte civile nel processo penale oppure intentare un’autonoma azione civile per ottenere il risarcimento del danno arrecato alla propria reputazione, la cui quantificazione dipende da numerosi fattori: “in materia di danno causato da diffamazione, idonei parametri di riferimento possono rinvenirsi, tra gli altri, dalla diffusione dello scritto, dalla rilevanza dell’offesa e dalla posizione sociale della vittima. E così, valorizzando siffatte coordinate ermeneutiche, è possibile far assurgere a criteri presuntivi di verificazione del danno non patrimoniale, la diffusione dello scritto attraverso il social network facebook, idoneo a diffondere il messaggio pubblicato lesivo, anche attraverso il sistema delle cd. condivisioni, ben oltre la cerchia di cd. amici della titolare del profilo” (Tribunale Potenza, 19/10/2018, n. 864).

La legge vigente ha predisposto ed attuato una serie di strumenti che può attivare ogni contribuente che abbia ricevuto un accertamento fiscale.

Il loro scopo è quello di trovare un equilibrio tra le richieste dell’Erario e i diritti del contribuente.

Quelli che si vanno a descrivere sono i rimedi normali di portata generale per la definizione delle liti in atto o potenziali con il Fisco.

I provvedimenti, invece, conosciuti come “rottamazione delle cartelle esattoriali” o “pace fiscale”, non hanno portata generale. Si tratta, infatti, di strumenti deflattivi diretti ad alcune specifiche categorie di soggetti e per alcuni atti tassativamente indicati che possono (o potevano) essere attivati soltanto entro scadenze determinate.

I mezzi normali di definizione sono autotutela, accertamento con adesione, acquiescenza, reclamo-mediazione, conciliazione giudiziale.

Autotutela

Si tratta del potere di ogni Pubblica Amministrazione (e quindi anche dell’Amministrazione finanziaria) di annullare d’ufficio gli atti ingiusti.

Questo potere può essere sollecitato anche dalla parte destinataria dell’atto che può presentare un’istanza all’Ufficio competente nella quale indica i motivi per cui l’atto deve essere annullato. Questi motivi possono essere, ad esempio, l’errore di persona (si pensi ad un caso di omonimia), l’errore di calcolo, la mancata considerazione di pagamenti già eseguiti, la mancata applicazione di deduzioni, detrazioni, regimi agevolati cui si avrebbe avuto diritto etc.

L’annullamento dell’atto comporta la caducazione anche degli atti ad esso conseguenti e l’obbligo di restituzione di quanto sia stato pagato in forza dell’atto annullato.

Accertamento con adesione

Si tratta in sostanza di una sorta di accordo tra contribuente e l’ufficio e può riguardare sia le imposte dirette che quelle indirette.

L’iniziativa spetta al contribuente e all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione territoriale il contribuente ha il domicilio fiscale e può essere attivato sia dopo il ricevimento di un avviso di accertamento sia dopo che la Guardia di Finanza ha eseguito un accesso o una ispezione o una verifica presso il contribuente.

L’accordo tra le parti è riprodotto nel c.d. un atto di adesione sottoscritto da entrambe le parti. La procedura si perfeziona però soltanto con il pagamento delle somme concordate.

Il mancato raggiungimento dell’accordo non impedisce di ricorrere al Giudice Tributario.

I vantaggi di questo procedimento consistono in una riduzione delle sanzioni amministrative ma anche nella riduzione della pena nel caso in cui la condotta abbia anche risvolti penali in virtù del D. Lgs. 74/2000.

Acquiescenza

Si tratta, in buona sostanza, di una riduzione delle sanzioni amministrative a seguito della rinuncia ad impugnare l’avviso di accertamento e a presentare l’istanza di accertamento con adesione.

Reclamo / mediazione

Si tratta di una procedura attivabile per tutte le controversie tributarie di valore fino ad € 50.000 per la quale è necessaria l’assistenza e il patrocinio dell’avvocato.

La sua attivazione sospende i termini per la proposizione del ricorso davanti al Giudice Tributario.

Il procedimento deve concludersi in 90 giorni ed in caso di esito positivo le parti giungono ad un accordo che dovrà essere eseguito nei 20 giorni successivi.

In caso negativo invece si apre, nei 30 giorni successivi, la fase contenziosa vera e propria davanti alla Commissione Tributaria competente.

Conciliazione giudiziale

Si tratta della definizione transattiva della lite già pendente con l’Amministrazione Finanziaria sia in primo che in secondo grado.

In questi casi non vi è pronuncia di alcuna sentenza ma il verbale di conciliazione costituisce titolo esecutivo e non è impugnabile.

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio

Nella patologia del rapporto coniugale suscita molta conflittualità la determinazione degli assegni di mantenimento per il coniuge e dell’assegno di divorzio per l’ex coniuge. Nonostante si pensi siano pressoché identici non è così. Per prima cosa è utile quindi capire la differenza che intercorre tra assegno di mantenimento e assegno divorzile.

Cos’è l’assegno di mantenimento e come si determina

L’art. 156 cod. civ. statuisce che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato”.

Dalla lettura dell’articolo si ricavano i primi criteri che il Giudice deve seguire per determinare, innanzitutto, se esista il diritto all’assegno di mantenimento (quindi se al soggetto cui deve essere attribuito sia o no addebitabile la separazione e se questo disponga o no di redditi propri adeguati), ed in secondo luogo, a quanto debba ammontare. Ebbene, l’importo dell’assegno deve essere in linea con i redditi dell’obbligato e al tempo stesso sufficiente a garantire il mantenimento del beneficiario. Il livello del mantenimento è valutato con riferimento al tenore di vita della coppia durante il matrimonio e, quindi, più il tenore di vita sia stato alto più alto sarà l’assegno.

Non si deve confondere l’assegno di mantenimento con gli alimenti. Gli alimenti spettano a chi si trovi in stato di bisogno e consistono nell’attribuzione di una somma necessaria a soddisfare le necessità primarie e fondamentali di vita.

Cos’è l’assegno di divorzio e come si determina

L’assegno di divorzio è invece disciplinato dalla Legge 898/1970 il cui art. 5 comma 6 dispone: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Fino a due anni fa, nella prassi, c’era un certo automatismo nel liquidare l’assegno divorzile in misura corrispondente all’assegno di mantenimento ma recenti arresti della giurisprudenza della Corte di Cassazione hanno ridisegnato l’istituto.

Il criterio del tenore di vita precedentemente goduto non è più preso in considerazione ma si tiene conto, valutati in ogni caso i redditi e il patrimonio delle parti, del contributo che l’ex coniuge alla formazione del patrimonio familiare e alle sue condizioni personali, commisurando l’assegno alla quantità e qualità del contributo dato di cui si è detto.

In ogni caso è sempre consigliabile rivolgersi ad un buon avvocato, che possa assistere durante tutto l’iter della separazione e/o del divorzio, compresa la determinazione degli assegni spettanti.

La revoca dell’amministratore di condominio negligente

Quando i condòmini sono più di otto è obbligatorio nominare un amministratore di condominio al quale è affidata la gestione delle parti comuni dell’edificio. All’amministratore di condominio è affidata anche la rappresentanza legale del condominio. Ma se il professionista non si attiene alla legge, in quali casi è possibile richiedere la revoca amministratore di condominio?

L’incarico ha durata annuale ma può cessare anticipatamente per dimissioni o revoca.

Normalmente la revoca è deliberata dall’assemblea osservando le norme del codice civile oppure quelle del regolamento di condominio.

Quando ciò non sia possibile, ad esempio perché non è convocata l’assemblea oppure, come capita sovente, non vi sia unità di vedute tra condòmini, ma sussistano i presupposti di fatto indicati dalla legge, la revoca può essere disposta dall’Autorità Giudiziaria nei modi previsti dall’art. 1129 cod. civ.

I casi tipizzati di negligenza dell’amministratore

I casi in cui è possibile chiedere la revoca dell’amministratore di condominio sono elencati dall’art. 1129 comma 12 del Codice Civile:

  • L’omessa convocazione dell’assemblea per l’approvazione del rendiconto condominiale, il ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea per la revoca e per la nomina del nuovo amministratore o negli altri casi previsti dalla legge;
  • La mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari e amministrativi, nonché di deliberazioni dell’assemblea;
  • La mancata apertura ed utilizzazione del conto corrente condominiale;
  • La gestione secondo modalità che possono generare possibilità di confusione tra il patrimonio del condominio e il patrimonio personale dell’amministratore o di altri condomini;
  • L’aver acconsentito, per un credito insoddisfatto, alla cancellazione delle formalità eseguite nei registri immobiliari a tutela dei diritti del condominio;
  • Qualora sia stata promossa azione giudiziaria per la riscossione delle somme dovute al condominio, l’aver omesso di curare diligentemente l’azione e la conseguente esecuzione coattiva;
  • L’inottemperanza di alcuni obblighi specifici cui è tenuto per legge e cioè l’irregolare o omessa tenuta dell’anagrafe condominiale, l’irregolare o omessa tenuta del registro dei verbali di assemblea, l’irregolare tenuta dei documenti relativi alla gestione;
  • L’omessa, incompleta o inesatta comunicazione dei dati che lo riguardano ed in particolare degli orari di ricevimento, della sede in cui esercita la sua attività etc.
  • In tutti i casi in casi in cui non renda conto della sua gestione.

A chi e come si chiede la revoca dell’amministratore

L’iniziativa per la revoca dell’amministratore negligente può essere assunta anche da un solo condomino che potrà presentare un ricorso al Presidente del Tribunale competente per territorio che provvederà .

In caso di accoglimento della domanda, il condòmino vittorioso potrà rivalersi per le spese legali sul condominio nel suo complesso il quale, a sua volta, potrà rivalersi sull’amministratore revocato.

In ogtni caso è bene consultarsi con un avvocato esperto prima di intraprendere questa strada.

Le violazioni della privacy commesse tramite Facebook e gli altri social media

Il diritto alla privacy o alla riservatezza, in parole molto semplici, è il diritto a non diffondere informazioni che ci riguardano circa le nostre abitudini di vita, le nostre preferenze, il nostro stato di salute e i nostri orientamenti politici, religiosi, sessuali etc.  Sovente, però, siamo noi stessi a creare le condizioni perché la nostra privacy sia vulnerata e questo accade quando pubblichiamo il nostro profilo sui social media senza conoscere bene la privacy policy applicata dal gestore del servizio e quali diritti possiamo esercitare per reagire al trattamento illecito dei nostri dati.

La protezione dei dati personali

Nel momento in cui si crea un profilo su un qualunque social network è buona norma leggere attentamente la privacy policy adottata dal gestore dei servizi.

Non è sufficiente, infatti, restringere la visibilità dei post o delle fotografie pubblicati perché il problema più rilevante nel trattamento dei dati personali è rappresentato dalla comunicazione che il gestore dei servizi può fare a soggetti terzi dei dati che raccoglie.

La lettura attenta della privacy policy consente all’utente di rendersi effettivamente conto delle modalità di raccolta ed utilizzazione dei dati personali sensibili.

Ai sensi di legge (il c.d. codice della privacy D. Lgs. 196/2003 e il GDPR Reg. UE 2016/679 recepito in Italia con D. Lgs. 101/2018) il gestore del servizio deve ottenere il consenso espresso dell’utente alla raccolta e al trattamento dei suoi dati nelle modalità che devono essere specificamente indicate.

Il consenso è sempre revocabile.

Deve essere inoltre indicato il responsabile per il trattamento dei dati personali.

Rimedi e tutele in caso di violazioni della privacy

Un primo mezzo di tutela è offerto dalla segnalazione responsabile del trattamento dei dati personali, indicato nella privacy policy del social media, che deve adottare le contromisure idonee ad elidere le conseguenze della lamentata violazione.

Se la risposta del responsabile non è soddisfacente è possibile presentare un reclamo al Garante della Privacy che avvierà una istruttoria.

Le violazioni della privacy possono però rilevare anche sotto il profilo penale e amministrativo.

La tutela della privacy sul piano civile

Il diritto alla privacy è un diritto inviolabile della personalità la cui lesione produce il diritto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale ai sensi degli artt. 2043 e 2059 c.c.

Con la sentenza di condanna il Giudice può ordinare al gestore del social media l’immediata rimozione e cancellazione dei contenuti lesivi denunciati.

Questa tutela può essere richiesta anche in via d’urgenza.

I beni immobili secondo il Codice Civile

L’art. 812 c.c. dispone che si considerano immobili i beni naturalmente o artificialmente incorporati al suolo, si considerano mobili tutti gli altri beni.

I beni immobili sono classificati e censiti nel Catasto dei Fabbricati (NCEU Nuovo Catasto Edilizio Urbano) e nel Catasto Terreni (NCT Nuovo Catasto Terreni) che però rilevano soltanto ai fini fiscali. Per avere il quadro completo circa la titolarità del bene e soprattutto circa l’esistenza di eventi pregiudizievoli (ad esempio: ipoteche, pignoramenti, domande giudiziali etc) inerenti uno specifico bene immobile è necessaria una visura ipocatastale da richiedere presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari, un’articolazione specifica dell’Agenzia del Territorio, dove sono registrati tutti gli atti relativi ai beni immobili.

Come si acquista la proprietà dei beni immobili

La proprietà di questa tipologia di beni si può a acquistare per atto tra vivi, per atto a causa di morte e negli altri modi previsti dalla legge.

Gli atti tra vivi

Il più frequente ed utilizzato è il contratto di compravendita, regolato dagli artt. 1470 e seguenti c.c.

Questo contratto deve rispettare determinate regole. Innanzitutto, deve essere stipulato in forma scritta nelle forme dell’atto pubblico (redatto da Notaio) o della scrittura privata autenticata, deve poi essere trascritto nei Registri Immobiliari.

Un altro modo di acquisto tra vivi è quello per donazione, regolato dall’art. 769 c.c.

Gli atti a causa di morte

Si tratta dei casi in cui si eredita da un defunto (tecnicamente, de cuius, ossia de cuius hereditate agitur, colui della cui eredità si tratta) per legge – il caso della successione legittima, in assenza di testamento l’eredità è devoluta a soggetti individuati dalla legge) o per testamento.

Anche in questi casi, l’evento deve essere registrato presso la Conservatoria.

Gli altri modi previsti dalla legge

Tra questi, tralasciando alcuni istituti particolari come ad esempio la confisca, la requisizione e l’esproprio per pubblica utilità, vi è senza dubbio il decreto di trasferimento.

Questo è un atto del Giudice dell’esecuzione immobiliare che viene emesso quando ci si aggiudica un bene all’asta giudiziaria.

Altro modo previsto dalla legge è l’acquisto della proprietà per usucapione, ossia attraverso il possesso in buona fede ininterrotto del bene per almeno 20 anni.

Bisogna precisare che l’acquisto che sia consolidato in questo modo deve essere dichiarato dell’Autorità Giudiziaria con sentenza. C’è da precisare però che prima di iniziare una causa per usucapione deve essere prima tentata la mediazione presso un Organismo di Mediazione autorizzato.

Qualora si raggiunga un accordo, questo avrà gli effetti propri della sentenza.

Questa breve trattazione non esaurisce l’argomento.

Si consiglia sempre di consultare l’avvocato immobiliarista, soprattutto prima di acquistare un immobile. Lo specialista del diritto è in grado di individuare le criticità della situazione e di consigliare le soluzioni più adeguate ed efficaci.

Il CRIF è la società che gestisce il SIC ossia il Sistema di Informazioni creditizie in cui confluiscono informazioni provenienti da banche e finanziarie in genere. La segnalazione al CRIF scatta quando il consumatore non è in regola con il pagamento di una rata di un finanziamento o simili.

Quali sono le informazioni gestite dal CRIF

In questa banca dati sono raccolti i dati relativi ai finanziamenti, ai mutui ed in generale a tutte le forme di prestito erogate da banche e finanziarie.

Quello che risulta è il nominativo del debitore e la regolarità o irregolarità del rimborso rispetto al piano concordato. Si tratta di informazioni, positive o negative, relative alla affidabilità del soggetto interessato a disposizione degli operatori finanziari e che vanno a costruire la sua “reputazione bancaria”.

Per quanto tempo vengono conservati i dati

La permanenza dei dati nel sistema ha durata diversa a seconda del tipo di informazione riportata, quelle di contenuto negativo restano registrate per un periodo di tempo da 24 a 36 mesi, condizionato peraltro alla estinzione del debito nei termini previsti (il termine quindi non decorre dalla data del mancato o ritardato pagamento ma dalla data dell’estinzione del debito).

Si può chiedere la cancellazione dei dati dal CRIF

La cancellazione è eseguita in automatico dal CRIF al verificarsi di una serie di condizioni e non può essere anticipata per nessuna ragione.

Le eccezioni alla regola sono costituite dalle segnalazioni derivanti da truffa ai danni del soggetto (si pensi al caso di acquisti effettuati con carta di credito revolving rubata o clonata) o da errore di persona (ad esempio in caso di omonimia) o da errate comunicazioni da parte della banca.

È possibile chiedere il risarcimento del danno da errata segnalazione?

Sì è possibile ma a determinate condizioni. La giurisprudenza ha infatti chiarito che pur costituendo l’errata segnalazione un danno alla reputazione del soggetto, il risarcimento non ne consegue automaticamente.

Il preteso danneggiato deve provare l’esistenza del danno di cui chiede il ristoro. Si riporta uno stralcio di una recente pronuncia della Corte di Cassazione Sezione I (n. 207 dell’8 gennaio 2019): “In caso di illegittima segnalazione della banca alla Crif (Centrale rischi finanziaria) l’imprenditore, ingiustamente indicato come cattivo pagatore, non può avere de plano il risarcimento del danno, ma deve provarlo. Il danno cioè non è in re ipsa ma va provato. L’accertata violazione nell’utilizzo dei dati personali del cliente erroneamente additato dalla banca non solleva il danneggiato dal dimostrare il danno alla sua reputazione e offrire mezzi di prova per quantificarlo”.

Naturalmente, il soggetto ha sempre diritto alla rettifica dei dati.

La separazione consensuale è il mezzo con il quale marito e moglie decidono di comune accordo di separarsi.

La separazione non mette fine al matrimonio ma sospende gli obblighi che ad esso sono collegati e cioè l’obbligo di coabitazione e quello di fedeltà ma non l’obbligo di mantenimento.

Essendo un argomento vasto e molto delicato, saranno tratteggiati soltanto gli elementi fondamentali.

Come separarsi

La domanda più rivolta all’avvocato è “come fare per separarsi”?

Iniziamo con il chiarire che per separarsi è sufficiente che lo voglia anche soltanto uno dei due, l’altro potrà subirla oppure aderire ed in questo caso la separazione sarà consensuale.

Allora come si può chiedere la separazione consensuale?

La separazione può essere raggiunta tramite ricorso congiunto al Presidente del Tribunale che procede all’omologazione dell’accordo oppure tramite un accordo di negoziazione assistita da avvocati.

In quest’ultimo caso le parti non compaiono davanti al Presidente del Tribunale perché, dopo aver raggiunto e sottoscritto l’accordo, saranno gli avvocati a trasmetterlo al Procuratore della Repubblica il quale verificherà che sia stata rispettata la legge e che – qualora vi siano figli minori o non autosufficienti o portatori di handicap – siano stati tenuti nel debito conto i loro prevalenti interessi.

Tanto il decreto di omologazione del Presidente del Tribunale quanto l’accordo in negoziazione assistita hanno efficacia esecutiva.

In essi saranno formalizzati gli accordi sull’assegnazione della casa coniugale, sull’affidamento dei figli minori, sul diritto di visita del genitore non collocatario e sugli obblighi di mantenimento dei figli e del coniuge non economicamente autosufficiente.

Potranno poi essere regolate consensualmente molte altre questioni, quali, per fare un esempio, lo scioglimento della comunione legale, le sorti delle imprese famigliari, eventuali trasferimenti immobiliari etc.

I costi della separazione consensuale

Se il procedimento si svolge in tribunale occorre versare il contributo unificato pari ad € 98,00 mentre in caso di negoziazione assistita non vi sono oneri fiscali di avvio della procedura.

Per quanto riguarda gli onorari del legale, la loro quantificazione può essere precisata soltanto dopo il colloquio con il cliente perché solo in quella sede sarà possibile valutare l’effettiva complessità dell’incarico.

Bisogna infatti tener presente di molteplici fattori e delle loro implicazioni presenti e future.

La parte che ne abbia i requisiti può usufruire del cosiddetto “gratuito patrocinio”.

In tal caso non sosterrà nessuna spesa ma si tenga presente che, al momento attuale, il beneficio si applica soltanto al procedimento giudiziale e non anche a quello di negoziazione assistita

I tempi della separazione consensuale

Gli effetti propri della separazione consensuale di verificano dal giorno della comparizione davanti al Presidente del Tribunale ovvero dalla data di sottoscrizione dell’accordo a seguito di negoziazione assistita.

Da questa data decorre anche il termine di 6 mesi per chiedere il divorzio.

Se cerchi un avvocato per separazione a Latina, lo Studio Legale Giorgi può assisterti in questo delicato passaggio, consigliandoti per il meglio e assistendoti durante tutto l’iter.