La vicenda

La società X ha acquistato nel primo semestre del 2019 un immobile uso ufficio nel Comune di Latina pagando interamente il prezzo pattuito con il venditore e versando le relative imposte di registro ed ipo-catastali.

Dopo circa due anni, la società acquirente si vedeva notificare da parte dell’Agenzia delle Entrate competente un avviso di accertamento in rettifica nel quale, assumendo che il valore venale, ossia il valore meramente commerciale dell’immobile, fosse superiore a quello effettivamente pagato chiedeva il pagamento della maggiore imposta e delle sanzioni collegate.

La società acquirente, dopo aver rifiutato la proposta conciliativa formulata dall’Ufficio accertatore, proponeva, con l’assistenza del sottoscritto Avvocato, ricorso avanti alla Commissione Tributaria competente per territorio.

La causa veniva trattenuta in decisione ed in data 9 giugno 2022 veniva notificata alle parti la sentenza di accoglimento del ricorso con conseguente annullamento dell’atto impositivo.

Le ragioni del ricorso

Un aspetto importante da chiarire per la comprensione della vicenda è che l’Ufficio non ha contestato la veridicità del prezzo dichiarato ma ha semplicemente assunto che il bene in questione fosse stato venduto ad un prezzo inferiore a quello di mercato nell’area di riferimento.

La possibilità per l’Agenzia delle Entrate di emettere simili atti non si fonda sull’arbitrio ma sulla legge, essendo espressamente previsto dalla Legge, ed in particolare dall’art. 51 del DPR 131/1986, in base al quale per determinare il valore di mercato degli immobili e controllare la congruità delle imposte versate possono essere utilizzati, tra gli altri mezzi, anche gli atti per operazioni analoghe compiute nel triennio antecedente.

Si tratta del cosiddetto metodo comparativo che, però, come detto, è soltanto uno tra i diversi metodi utilizzabili.

La società ricorrente, nel contestare il criterio di stima adottato dall’Ufficio, rilevava innanzitutto come gli atti allegati dall’Ufficio a sostegno della propria tesi non fossero esaustivi giacchè nel triennio antecedente la compravendita de qua vi erano state altre compravendite aventi ad oggetto immobili analoghi e situati nello stesso stabile per prezzi assolutamente conferenti rispetto a quello contestato e che non erano stati oggetto di rettifica da parte dell’Ufficio.

Non solo. La ricorrente allegava a sostegno della propria tesi le quotazioni immobiliari O.M.I. redatte, proprio dall’Agenzia delle Entrate, le quali rafforzavano la dimostrazione che il prezzo pagato fosse assolutamente congruente con il valore intrinsecamente commerciale del bene, facendo notare come le quotazione avessero dimostrato un decremento nel triennio anche a causa della crisi del mercato immobiliare che, riteniamo, sia un fatto pressoché notorio.

Le motivazioni della sentenza

La sentenza della Commissione Tributaria competente ha condiviso le ragioni del ricorrente, soprattutto in relazione alla corrispondenza tra il prezzo pagato e il valore venale reale.

“Non si confonda la giustizia in senso giuridico, che vuol dire conformità delle leggi, con la giustizia in senso morale che dovrebbe essere tesoro comune di tutti gli uomini civili, qualunque sia la professione che essi esercitano nella vita pratica.”
PIERO CALAMANDREI
Piero Calamadrei è stato un insigne giurista, avvocato e politico.
I suoi scritti e i suoi discorsi, nonostante siano trascorsi ormai 65 anni dalla sua morte, sono ancora ricchi di spunti ed insegnamenti che tutti noi avvocati dobbiamo e vogliamo tenere bene a mente nell’esercizio della nostra professione, così impegnativa eppure affascinante.

L’Arbitro Bancario Finanziario. Un metodo alternativo di risoluzione delle controversie con le banche e gli altri intermediari finanziari.

Nel rapporto banca/cliente possono insorgere controversie collegate, ad esempio, all’addebito di interessi e commissioni troppo onerosi oppure alla consegna di documenti nonché, sempre più di frequente, legate all’utilizzo di strumenti informativi (home banking, utilizzo di app etc) che espongono sovente il cliente al rischio di subire vere e proprie truffe.

Queste controversie possono essere risolte ricorrendo all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), al di fuori quindi delle aule di Tribunale.

 

COSA È L’ARBITRO BANCARIO FINANZIARIO

L’ABF è un collegio composto da 5 membri che, in attuazione dell’art. 128 bis T.U.B., dirime le controversie tra le banche e gli intermediari finanziari e i loro clienti.

Si articola in sedi territoriali localizzate a Bari, Bologna, Milano,  Napoli,  Palermo,  Roma e Torino.

Si tratta di un organo di ADR (Alternative Despute Resolution), non giurisdizionale.

 

DI COSA SI OCCUPA L’ABF NELLE CONTROVERSIE BANCARIE

L’ABF è competente per materia per tutte quelle controversie che abbiano ad oggetto operazioni e servizi finanziari e bancari.

Sono quindi devolute a questo organo le questioni inerenti a rapporti di conto corrente, carte bancomat e di credito, mutui e prestiti personali, segnalazioni alla Centrale dei Rischi etc.

Non si occupa di servizi di borsa e investimento quali i servizi di acquisto e collocazione di fondi di investimento,  obbligazioni etc.

I rapporti sottoposti all’ABF devono inoltre essere di valore pari o inferiore ad euro 200.000 e devono essere venuti ad esistenza dopo il 1° gennaio 2009.

Il limite di valore non rileva quando si chieda l’adempimento di obblighi o l’esercizio di diritti e facoltà.

 

COME SI PRESENTA IL RICORSO CONTRO LA BANCA

Per presentare il ricorso all’ABF è necessario avere prima presentato un formale reclamo direttamente alla banca interessata che è tenuta a rispondere entro 30 giorni dal ricevimento dello stesso. È altresì necessario che non penda già un giudizio avente ad oggetto la medesima questione,  nemmeno se devoluto ad arbitri o mediatori. Queste condizioni devono essere rispettate a pena di irricevibilità del ricorso.

All’atto della presentazione è necessario versare la somma di € 20,00 per le spese di avvio.

Il  ricorso si deposita in via telematica,  accompagnato dagli eventuali documenti a sostegno della richiesta.

Ricevuto il ricorso, il Collegio invita la controparte a far  prevenire le sue controdeduzioni e dal momento in cui queste ultime sono trasmesse decorre il termine di 60 giorni per la pronuncia della decisione.

Si tratta, come si vede, di un procedimento scritto nel quale non è prevista la comparizione personale delle parti né alcuna discussione orale.

 

LA DECISIONE DELL’ABF, NATURA ED EFFETTI.

La decisione è comunicata alle parti. Essa consta di una motivazione e della decisione vera e propria che può essere di accoglimento, totale o parziale, o di rigetto.

Il  provvedimento però non è vincolante e non costituisce titolo esecutivo.

L’ottemperanza al suo contenuto è rimessa alle parti ma, si noti, l’ABF monitora i comportamenti delle banche e il mancato rispetto delle decisioni è pubblicato sul sito istituzionale dell’organo.

L’esito del ricorso, appunto perché non ha effetti vincolanti, non pregiudica il diritto delle parti a riproporre l’azione in via ordinaria, ossia davanti al Tribunale competente.

 

Nonostante la natura non definitiva e non esecutiva della decisione dell’Arbitro Bancario Finanziario, il ricorso a questo organo rappresenta un’ottima alternativa alla causa ordinaria, celere e dai costi contenuti.

Pur non essendo obbligatorio il patrocinio del legale in questa fase, è consigliabile avvalersene considerando che, come detto, il procedimento si svolge per iscritto ed è a contradditorio ridotto.

È quindi importante esporre le proprie ragioni in modo accurato, in fatto e in diritto. L’ABF, infatti, non è un organo giurisdizionale ma le sue decisioni sono fondate sulle leggi e i regolamenti vigenti.

 

Avv. Simona Giorgi

Definizione

Per “successioni” o “successione” si intende la sorte dei rapporti giuridici, soprattutto patrimoniali, successive al tempo in cui il loro titolare avrà cessato di vivere.

La legge regola minuziosamente la vicenda successoria nel libro II del Codice Civile, intitolato, appunto, “delle successioni”.

I vari tipi di successione

Nel nostro ordinamento, la successione può essere testamentaria o legittima.

La prima si apre quando il de cuius (ossia il defunto) abbia disposto delle proprie sostanze in un atto scritto. La libertà del testatore non è assoluta perché il coniuge e i figli (e se manchino figli, il coniuge e gli ascendenti) dovranno ricevere una quota del patrimonio in ogni caso, anche contro la volontà dello stesso testatore (sono i cosiddetti eredi legittimari).

La successione legittima, invece, invece si apre quando manchi in tutto o in parte un testamento. In questo caso, la legge individua un’ampia serie di soggetti che potranno assumere la qualità di erede (il coniuge e i parenti fino al sesto grado).

La rinuncia all’eredità

L’erede può sempre rinunciare all’eredità entro termini ben precisi che possono essere più o meno lunghi a seconda che il chiamato all’eredità sia o meno nel possesso dei beni ereditari (da quaranta giorni a dieci anni).

L’accettazione con beneficio di inventario

Secondo la legge, l’erede subentra nei rapporti giuridici del defunto, sia attivi che passivi, e risponde dei debiti contratti dal de cuius anche oltre il valore della sua quota. Per evitare questo effetto di “responsabilità illimitata”, l’erede può accettare con beneficio di inventario. In tal caso, i debiti ereditari saranno soddisfatti entro i limiti della quota ereditaria stessa, rispettando una serie di cautele ed una procedura complessa dettagliatamente prevista dal codice civile.

La tutela dell’erede che sia stato leso nella sua quota

L’erede legittimario che abbia ricevuto meno di quanto gli fosse spettato per legge o che, addirittura, non abbia ricevuto nulla, può esercitare l’azione di riduzione al fine di vedersi reintegrato.

È molto importante sapere che per calcolare la quota da reintegrare deve tenersi conto non solo di quanto lasciato al momento della morte ma anche di quanto donato in vita.

La legge, infatti, considera ogni donazione disposta in vita come una sorta di anticipazione dell’eredità che non può mai andare a ledere i diritti dei legittimari.

La divisione ereditaria

Se gli eredi sono più di uno, tra loro esiste una comunione ereditaria che può essere sciolta in modo volontario (per contratto) o giudiziale.

La mediazione obbligatoria

Le controversie in materia di successioni e divisioni ereditarie debbono essere precedute dall’esperimento della mediazione avanti un organismo di mediazione accreditato.

In caso di esito positivo, il verbale di mediazione costituisce titolo esecutivo e permette alle parti di scontare l’imposta di registro fino alla concorrenza di € 50.000,00.

La denuncia di successione

Deve essere eseguita entro un anno dalla morte del cuius ed ha effetti strettamente fiscali e tributari.

 

Naturalmente, quanto detto finora non è che una sintesi estremamente stringata della vicenda successoria che è, invece, vastissima e complessa.

La consulenza dell’avvocato è necessaria non solo per capire se esistano e quali siano eventuali diritti da esercitare ma anche per adottare, anche prima dell’apertura di una successione, le cautele necessarie per evitare lesioni della propria quota.

Avv. Simona Giorgi

IL SIGNIFICATO

Secondo l’art. 151 c.c. il giudice, se ne ricorrono le circostanze e se almeno una delle parti ne fa richiesta, pronunciando la separazione, dichiara a quale dei coniugi sia addebitabile, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri del matrimonio. Si tratta, in poche parole, di quella che un tempo veniva chiamata “separazione per colpa”.

Dalla disposizione succitata si evince, intanto, che la dichiarazione di addebito imputa il fallimento del matrimonio a quello dei coniugi che abbia violato i doveri che ne discendono e che sono elencati dall’art. 143 c.c., ossia il dovere di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di coabitazione, di collaborazione anche economica in proporzione alle rispettive sostanze e redditi, nonché – non per ultimi – i doveri riguardo ai figli (art. 147 c.c.).

LA CASISTICA

È importante però sottolineare che le violazione contestate ed eventualmente accertate debbono essere causa e non effetto della rottura.

Così, sull’infedeltà coniugale, la giurisprudenza è costante nel distinguere tra quella causa della crisi matrimoniale e quella conseguenza di quella stessa crisi. Soltanto la prima può costituire motivo di addebito, non certo la seconda. Di contro, è stato anche precisato che anche la mera relazione platonica e non consumata può dare luogo a pronuncia di addebito della separazione se condotta ed esibita con modalità tali da ledere la dignità, l’onore e il decoro dell’altro coniuge.

Quanto alla violazione dell’obbligo di coabitazione (il c.d. abbandono del “tetto coniugale”), se questa sia avvenuta per sottrarsi alla intollerabilità della convivenza non può costituire motivo di addebito. In casi diversi, l’abbandono dell’abitazione coniugale non solo può diventare motivo di addebito ma può costituire anche reato nei casi previsti dall’art. 570 del codice penale.

Analogamente per la violazione del dovere di assistenza morale e materiale. Il coniuge che non provveda a contribuire al mantenimento dell’altro e/o dei figli non solo può vedersi addebitata la separazione ma può anche commettere il delitto di violazione degli obblighi di assistenza famigliare.

LE CONSEGUENZE

Spetta al coniuge che lo chieda, dare la prova dei fatti costitutivi dell’addebito, prova che può essere data con ogni mezzo, sia diretto che documentale.

Il coniuge cui sia addebitata la separazione perde il diritto al mantenimento da parte dell’altro ma conserva quello agli alimenti, ossia il diritto di chi versa in stato di bisogno e non ha i mezzi per provvedere autonomamente a vedersi erogato l’indispensabile per vivere.

Inoltre, il coniuge separato con addebito è escluso dall’eredità dell’altro.

Le conseguenze, dunque, sono di carattere strettamente patrimoniale.

La diffamazione è un delitto contro l’onore previsto e punito dall’art. 595 c.p.

Diffamare qualcuno consiste nel riferire giudizi svalorizzanti su qualcuno, non importa a quante altre persone. Questo reato è commesso tutte le volte che si chiacchiera a sproposito su qualcuno, magari anche soltanto con lo scopo di fare del pettegolezzo più o meno salace, riferendo di fatti e comportamenti che la riguardino direttamente, reali o inventati di sana pianta.

Come è stato ben chiarito dalla giurisprudenza, non è importante che l’autore si prefigga l’obbiettivo di diffamare. Ciò che rileva è la consapevolezza di esprimere un giudizio lesivo dell’altrui reputazione ad altri.

Frequentemente, succede che queste condotte si realizzino sui social network. Qualcuno pubblica un post in cui parla male di qualcun altro, usando toni inappropriati verso un soggetto perfettamente riconoscibile (facendone spesso nome e cognome oppure pubblicandone la fotografia).

Simili comportamenti dal punto di vista penale non sono affatto neutri ma costituiscono il reato di diffamazione nella sua forma aggravata così come delineata dall’art. 595 (“In tema di diffamazione di cui all’art. 595 c.p., consistente nell’addebito offensivo, in assenza dell’offeso, comunicato a più persone, nella sua fattispecie aggravata di cui al comma 3, attesa la diffusione del post a mezzo facebook, quanto all’elemento soggettivo, il dolo del reato è generico e consiste nella consapevolezza di pronunciare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione, ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone (pertanto è necessario che l’autore della diffamazione comunichi con almeno due persone ovvero con una sola persona, ma con tali modalità, che detta notizia sicuramente venga a conoscenza di altri ed egli si rappresenti e voglia tale evento). In altri termini, non è necessario la sussistenza dell’animus diffamandi, ma è sufficiente da parte del soggetto attivo la rappresentazione e la volontà della comunicazione con più persone dell’addebito offensivo” Trib. Pescara. 07/01/2019, n. 4)

Per chi compie atti di diffamazione con un mezzo di pubblicità la pena è infatti aumentata e i social network sono il mezzo pubblico per eccellenza, stante la potenzialità di ogni post di raggiungere una platea potenzialmente indefinita di lettori.

Le conseguenze per il suo autore possono essere molto serie.

Vi è innanzitutto il profilo penale della vicenda ma anche quello civile. La vittima della diffamazione potrà costituirsi parte civile nel processo penale oppure intentare un’autonoma azione civile per ottenere il risarcimento del danno arrecato alla propria reputazione, la cui quantificazione dipende da numerosi fattori: “in materia di danno causato da diffamazione, idonei parametri di riferimento possono rinvenirsi, tra gli altri, dalla diffusione dello scritto, dalla rilevanza dell’offesa e dalla posizione sociale della vittima. E così, valorizzando siffatte coordinate ermeneutiche, è possibile far assurgere a criteri presuntivi di verificazione del danno non patrimoniale, la diffusione dello scritto attraverso il social network facebook, idoneo a diffondere il messaggio pubblicato lesivo, anche attraverso il sistema delle cd. condivisioni, ben oltre la cerchia di cd. amici della titolare del profilo” (Tribunale Potenza, 19/10/2018, n. 864).

La legge vigente ha predisposto ed attuato una serie di strumenti che può attivare ogni contribuente che abbia ricevuto un accertamento fiscale.

Il loro scopo è quello di trovare un equilibrio tra le richieste dell’Erario e i diritti del contribuente.

Quelli che si vanno a descrivere sono i rimedi normali di portata generale per la definizione delle liti in atto o potenziali con il Fisco.

I provvedimenti, invece, conosciuti come “rottamazione delle cartelle esattoriali” o “pace fiscale”, non hanno portata generale. Si tratta, infatti, di strumenti deflattivi diretti ad alcune specifiche categorie di soggetti e per alcuni atti tassativamente indicati che possono (o potevano) essere attivati soltanto entro scadenze determinate.

I mezzi normali di definizione sono autotutela, accertamento con adesione, acquiescenza, reclamo-mediazione, conciliazione giudiziale.

Autotutela

Si tratta del potere di ogni Pubblica Amministrazione (e quindi anche dell’Amministrazione finanziaria) di annullare d’ufficio gli atti ingiusti.

Questo potere può essere sollecitato anche dalla parte destinataria dell’atto che può presentare un’istanza all’Ufficio competente nella quale indica i motivi per cui l’atto deve essere annullato. Questi motivi possono essere, ad esempio, l’errore di persona (si pensi ad un caso di omonimia), l’errore di calcolo, la mancata considerazione di pagamenti già eseguiti, la mancata applicazione di deduzioni, detrazioni, regimi agevolati cui si avrebbe avuto diritto etc.

L’annullamento dell’atto comporta la caducazione anche degli atti ad esso conseguenti e l’obbligo di restituzione di quanto sia stato pagato in forza dell’atto annullato.

Accertamento con adesione

Si tratta in sostanza di una sorta di accordo tra contribuente e l’ufficio e può riguardare sia le imposte dirette che quelle indirette.

L’iniziativa spetta al contribuente e all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione territoriale il contribuente ha il domicilio fiscale e può essere attivato sia dopo il ricevimento di un avviso di accertamento sia dopo che la Guardia di Finanza ha eseguito un accesso o una ispezione o una verifica presso il contribuente.

L’accordo tra le parti è riprodotto nel c.d. un atto di adesione sottoscritto da entrambe le parti. La procedura si perfeziona però soltanto con il pagamento delle somme concordate.

Il mancato raggiungimento dell’accordo non impedisce di ricorrere al Giudice Tributario.

I vantaggi di questo procedimento consistono in una riduzione delle sanzioni amministrative ma anche nella riduzione della pena nel caso in cui la condotta abbia anche risvolti penali in virtù del D. Lgs. 74/2000.

Acquiescenza

Si tratta, in buona sostanza, di una riduzione delle sanzioni amministrative a seguito della rinuncia ad impugnare l’avviso di accertamento e a presentare l’istanza di accertamento con adesione.

Reclamo / mediazione

Si tratta di una procedura attivabile per tutte le controversie tributarie di valore fino ad € 50.000 per la quale è necessaria l’assistenza e il patrocinio dell’avvocato.

La sua attivazione sospende i termini per la proposizione del ricorso davanti al Giudice Tributario.

Il procedimento deve concludersi in 90 giorni ed in caso di esito positivo le parti giungono ad un accordo che dovrà essere eseguito nei 20 giorni successivi.

In caso negativo invece si apre, nei 30 giorni successivi, la fase contenziosa vera e propria davanti alla Commissione Tributaria competente.

Conciliazione giudiziale

Si tratta della definizione transattiva della lite già pendente con l’Amministrazione Finanziaria sia in primo che in secondo grado.

In questi casi non vi è pronuncia di alcuna sentenza ma il verbale di conciliazione costituisce titolo esecutivo e non è impugnabile.

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio

Nella patologia del rapporto coniugale suscita molta conflittualità la determinazione degli assegni di mantenimento per il coniuge e dell’assegno di divorzio per l’ex coniuge. Nonostante si pensi siano pressoché identici non è così. Per prima cosa è utile quindi capire la differenza che intercorre tra assegno di mantenimento e assegno divorzile.

Cos’è l’assegno di mantenimento e come si determina

L’art. 156 cod. civ. statuisce che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato”.

Dalla lettura dell’articolo si ricavano i primi criteri che il Giudice deve seguire per determinare, innanzitutto, se esista il diritto all’assegno di mantenimento (quindi se al soggetto cui deve essere attribuito sia o no addebitabile la separazione e se questo disponga o no di redditi propri adeguati), ed in secondo luogo, a quanto debba ammontare. Ebbene, l’importo dell’assegno deve essere in linea con i redditi dell’obbligato e al tempo stesso sufficiente a garantire il mantenimento del beneficiario. Il livello del mantenimento è valutato con riferimento al tenore di vita della coppia durante il matrimonio e, quindi, più il tenore di vita sia stato alto più alto sarà l’assegno.

Non si deve confondere l’assegno di mantenimento con gli alimenti. Gli alimenti spettano a chi si trovi in stato di bisogno e consistono nell’attribuzione di una somma necessaria a soddisfare le necessità primarie e fondamentali di vita.

Cos’è l’assegno di divorzio e come si determina

L’assegno di divorzio è invece disciplinato dalla Legge 898/1970 il cui art. 5 comma 6 dispone: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Fino a due anni fa, nella prassi, c’era un certo automatismo nel liquidare l’assegno divorzile in misura corrispondente all’assegno di mantenimento ma recenti arresti della giurisprudenza della Corte di Cassazione hanno ridisegnato l’istituto.

Il criterio del tenore di vita precedentemente goduto non è più preso in considerazione ma si tiene conto, valutati in ogni caso i redditi e il patrimonio delle parti, del contributo che l’ex coniuge alla formazione del patrimonio familiare e alle sue condizioni personali, commisurando l’assegno alla quantità e qualità del contributo dato di cui si è detto.

In ogni caso è sempre consigliabile rivolgersi ad un buon avvocato, che possa assistere durante tutto l’iter della separazione e/o del divorzio, compresa la determinazione degli assegni spettanti.